L’incontro con l’altro e il diverso ( parte seconda)

Dell’opera di Swift, in genere si legge solo la parte in cui Gulliver si trova a Lilliput, lui gigante in mezzo a uomini piccolissimi. Pochi hanno letto il resto del romanzo ( che effettivamente NON è un libro per ragazzi); qui vi riporto una parte del libro poco conosciuta.

 

I VIAGGI DI GULLIVER

di JONATHAN SWIFT

Da sito Liber liber da dove potete scaricare l’intero libro: http://www.liberliber.it/biblioteca/s/swift/index.htm

Ci si è scervellati sui suoi houyhnhnms, cavalli saggi (contrapposti agli yahoos), che sono certo le bestie che agli uomini piacerebbe di essere, ma non saranno mai; però, ad un tempo, si sospetta che rechino in sé i germi dell’incipente “fardello dell’uomo bianco”, e addirittura delle successive civiltà dei campi di sterminio. Il protagonista – oltre ad essere addetto a stilare resoconti meticolosi di folli fanfaluche, e satireggiare le narrazioni dei viaggi di scoperta – per conto suo satireggia l’inglese medio: bravo, volenteroso e un po’ minchione. Il nome Gulliver ricorda gullible, sempliciotto, credulone: “in italiano, traduciamolo Grulliver”, si è proposto.

 

CAPITOLO IV.

Come gli “houyhnhnms” concepiscono la verità e la bugia – Incredulità di padron Cavallo circa le parole dell’autore – Ampie spiegazioni che questi deve fornirgli sulle usanze del suo paese e sugli incidenti del suo ultimo viaggio.

 

Grande era la perplessità di padron Cavallo nell’udire il mio racconto, perché gli houyhnhnms sono così poco avvezzi a metter in dubbio ciò che viene da altri asserito, che non sanno neppur compiere codesto esercizio mentale allorché se ne presenta l’occasione. Mi ricordo anzi che quando, nel parlare delle qualità della specie umana, mi accadeva di alludere alla bugia o all’inganno, il padrone stentava a capire ciò che tali parole significavano. Eppure non gli mancava davvero un fino discernimento.

Ma egli ragionava così: se l’uso della parola ci è stato dato per scambiarci i nostri pensieri e per istruirci reciprocamente di ciò che ignoriamo, quando alcuno asserisce ciò che non è agisce contro natura, perché non ha comunicato nessun pensiero a chi lo ascolta né ha contribuito a istruirlo; anzi gli ha recato un peggior danno che se lo avesse lasciato nell’ignoranza, piuttosto che fargli vedere nero il bianco e corto ciò ch’è lungo.

Questo è quanto possono afferrare gli houyhnhnms intorno alla menzogna, che invece è sì facilmente compresa e sì largamente usata tra gli uomini.

Quando adunque, per tornare a noi, ebbi persuaso il padrone che da noi sono veramente gli iahù gli animali privilegiati, egli, dopo avermi confessato che ciò gli sembrava inconcepibile, mi domandò se v’erano fra noi degli houyhnhnms e qual era la loro condizione. Dissi che ce n’erano moltissimi, e che d’estate pascolavano pei prati, mentre d’inverno stavano al riparo, e c’erano degli iahù che accudivano ad essi per pettinare le loro criniere, pulire e spazzolare la loro pelle, lavar loro i piedi, dar loro da mangiare, rifar loro il letto.

«Capisco» proruppe il padrone, «per quanto voi iahù vantiate un’intelligenza abbastanza sviluppata, gli houyhnhnms restano sempre vostri superiori. Magari i nostri iahù fossero docili come quelli del vostro paese!»

A questo punto pregai suo onore di dispensarmi dal seguitare, perché ogni altra spiegazione gli avrebbe recato gran dolore. Ma egli insisté nel voler sapere tutto, assicurandomi che non si sarebbe affatto offeso.

«Ebbene» ripresi allora io, «già che volete saperlo, vi dirò che noi chiamiamo cavalli gli houyhnhnms e li riteniamo bellissimi e nobilissimi animali, specialmente pregevoli per la forza e la velocità. Quando sono di razza, i loro padroni li fanno viaggiare, correre, tirare i cocchi, e hanno per essi ogni cura finché sono giovani e sani. Però, quando cominciano a diventar vecchi o deboli di gambe, quei cavalli sono subito venduti ad altri iahù che se ne servono per lavori duri, faticosi, bassi e vergognosi, finché non muoiano. Allora vengono scorticati per venderne la pelle, e la carcassa viene abbandonata ai cani e agli uccelli rapaci.

«Non parliamo poi dei cavalli comuni: essi sono adoperati soltanto da fattori, contadini, vetturali e altra bassa gente, ricevono peggior trattamento e sono costretti a fatiche assai più dure.»

Gli descrissi come potei il nostro modo di salire a cavallo, la forma e l’uso della briglia, della sella, degli sproni, della frusta, delle bardature e delle ruote, e gli spiegai l’uso che v’era da noi di attaccare ai piedi di tutti i nostri houyhnhnms una placca d’una sostanza durissima chiamata ferro, che difende i loro zoccoli e fa sì che non si feriscano sulle pietre delle nostre strade.

Padron Cavallo espresse dapprima la sua indignazione per il nostro modo di trattare i cavalli, quindi si mostrò stupito che noi avessimo l’ardire di salire sulla loro groppa; infatti il più debole houyhnhnm di sua conoscenza sarebbe stato capace di gettare in terra il più forte iahù, oppure avrebbe potuto, in mancanza di altri mezzi, schiacciare codesta bestia rotolandosi sul dorso. Ma io gli spiegai che i nostri houyhnhnms erano domati fin dall’età di tre o quattro anni e ammaestrati a compiere i diversi esercizi a cui si destinavano; che durante la loro gioventù venivano picchiati a più non posso quando tentavano di ribellarsi; e che quelli che si mostravano incorreggibilmente indolenti o ribelli venivano messi a tirare i carri. Gli spiegai anche che si soleva castrare a due anni d’età i maschi destinati a diventare cavalli da sella o a tirare le carrozze, per renderli più docili e tranquilli; e che essi si mostravano grati delle ricompense e timorosi dei castighi, pur non possedendo neppure un briciolo di ragione, né più né meno degli iahù del suo paese.

Mi ci volle un’improba fatica per far capire al padrone tutte queste cose e dovetti adoprare una quantità di circonlocuzioni, perché la lingua degli houyhnhnms è piuttosto povera, dovendo esprimere un numero di passioni e di bisogni molto minore che non la nostra.

Quando però raccontai al padrone i cattivi trattamenti che venivano inflitti da noi agli houyhnhnms, e specialmente la barbara usanza di castrarli per renderli più sottomessi e per impedire loro, in certi casi, di perpetuare la razza, egli dimostrò un maestoso corruccio. Egli ammetteva che, per giustizia, gli iahù dominassero sugli altri animali in quei paesi (se pur ve n’erano) dov’essi soltanto possedevano il lume della ragione, perché questa deve sempre, prima o poi, vincerla sulla forza bruta. Però, osservando le mie membra, egli doveva pensare che nessuna creatura della mia stessa grandezza era così mal costruita per impiegare la propria intelligenza nei comuni bisogni della vita. Avendomi perciò domandato se gli iahù del mio paese somigliavano a me, o non piuttosto a quelli della sua isola, gli risposi che il mio corpo era fatto, press’a poco, come quello della maggior parte degli uomini della mia età; soltanto i maschi molto giovani e le femmine avevano più fine e bianca la pelle; anzi quella delle femmine era generalmente candida come il latte.

Padron Cavallo convenne che fra gli iahù suoi servitori e me passava invero qualche differenza, perché gli sembravo molto meno sporco e un po’ meno brutto di quelli; ma osservò che restavo inferiore ad essi nelle prerogative fisiche. Infatti le unghie non mi potevano servire a nulla; i piedi davanti non erano neppure degni di questo nome, perché non me ne servivo mai per camminare, senza contare che, così teneri com’erano, non avrebbero potuto sopportare l’attrito col suolo; tanto più che li lasciavo spesso scoperti, e vi apponevo involucri meno solidi e d’altra forma di quelli che applicavo ai piedi posteriori.

Trovò anche che il mio modo di camminare era malsicuro, giacché bastava che uno dei piedi di dietro sdrucciolasse perché dovessi cadere; e seguitò così a trovar da ridire su tutta la fattura del mio corpo: sulla mia faccia piatta, il mio naso prominente, la posizione dei miei occhi, messi in modo che per guardare a destra e a sinistra dovevo voltar per forza la testa. Notò che per mangiare avevo bisogno d’adoprare le zampe davanti alzandole fino alla bocca; e perciò la natura aveva dovuto provvedermi di tante giunture. Non capiva poi lo scopo di quei piccoli membri staccati fra loro che stavano in cima ai miei piedi posteriori, troppo deboli e teneri per non essere tagliati e rovinati dai sassi e dagli sterpi, se non eran coperti dalla pelle di qualche altra bestia; e non si spiegava come il mio corpo fosse così nudo e indifeso contro il caldo e il freddo da costringermi a ricorrere al vestito, che avevo la noia di levarmi e mettermi tutti i giorni.

 

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