La befana

Carissima Signora. Giacché mi trovo in viaggio volevo fare una visita a Voi e a tutti li Signori Ragazzi della Vostra conversazione,
ma la neve mi ha rotto le tappe e non mi posso trattenere. Ho pensato dunque di fermarmi un momento per fare la piscia nel vostro
portone, e poi tirare avanti il mio viaggio. Bensí vi mando certe bagattelle per cotesti figliuoli, acciocché siano buoni, ma ditegli che se
sentirò cattive relazioni di loro, quest’altro anno gli porterò un po’ di merda.
Veramente io voleva destinare a ognuno il suo regalo, per esempio a chi un corno, a chi un altro, ma ho temuto di dimostrare
parzialità, e che quello il quale avesse li corni curti invidiasse li corni lunghi. Ho pensato dunque di rimettere le cose alla ventura, e
farete così. Dentro l’anessa cartina trovarete tanti biglietti con altrettanti numeri. Mettete tutti questi biglietti dentro un orinale, e
mischiateli ben bene con le vostre mani. Poi ognuno pigli il suo biglietto, e veda il suo numero. Poi con l’anessa chiave aprite il baulle.
Prima di tutto ci trovarete certa cosetta da godere in comune e credo che cotesti Signori la gradiranno perché sono un branco di
ghiotti. Poi ci trovarete tutti li corni segnati col rispettivo numero. Ognuno pigli il suo, e vada in pace. Chi non è contento del corno che
gli tocca, faccia a baratto con li corni delli compagni. Se avvanza qualche corno lo riprenderò al mio ritorno. Un altr’anno poi si vedrà
di far meglio.
Voi poi Signora carissima avvertite in tutto quest’anno di trattare bene cotesti Signori, non solo col caffè che già si intende, ma
ancora con pasticci, crostate, cialde, cialdoni, ed altri regali, e non siate stitica, e non vi fate pregare, perché chi vuole la
conversazione deve allargare la mano, e se darete un pasticcio per sera sarete meglio lodata, e la vostra conversazione si chiamarà
la conversazione del pasticcio. Frattanto state allegri, e andate tutti dove io vi mando, e restateci finché non torno, ghiotti, indiscreti,
somari, scrocconi dal primo fino all’ultimo.

La befana*

 

Si tratta del dodicenne Giacomo Leopardi che scrive , a nome della Befana, ad un’amica di famiglia, portando alcuni regali ai suoi figlioli ( dei corni dell’abbondanza al posto delle attuali calze).

Sì, proprio lui: linguaggio sboccacciato e irriverente. Un bel tipino, vero?

Non pensiate che Giacomo non conoscesse l’ortografia: alcune parole si scrivevano proprio così!

 

 

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