Schema concettuale- Decadentismo

Schema

Mappa concettuale semplificata

 

34 DECADENTISMOLa solitudine del Poeta

Charles Baudelaire

L’Albatro

Spesso per divertirsi, gli uomini d’equipaggio
catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari
che seguono indolenti compagni di viaggio,
lo scorrere della nave sugli abissi terribili.

Non appena deposti dai marinai sulle plance,
questi principi dell’aria, maldestri e vergognosi
lasciano cadere le grandi ali bianche
come remi trascinati pietosamente ai fianchi.

Com’è goffo e molle il viaggiatore alato,
Lui, così elegante, com’è comico e brutto!
Uno con la pipa gli stuzzica il becco
l’altro mima zoppicando l’infelice che volava!

Al principe delle nuvole è simile il Poeta
che vive nella tempesta e non si cura dell’arciere;
esiliato sulla terra tra badanai di cacciatori
le sue ali di gigante gl’impediscono di andare.

LE FIGURE TIPICHE DEL DECADENTISMO

L’INETTO

FONTE
Dostoevskij – L’autoanalisi dell’inetto.

Memorie dal sottosuolo è un racconto scritto sotto forma di monologo e pubblicato nel 1864. L’opera può essere considerata un’anticipazione di tematiche decadenti, almeno di quel filone che assume come modello di uomo il diverso, l’inetto, l’escluso. L’inetto vuol essere “un rappresentante della generazione ancora in vita” che “presenta se stesso e il proprio modo di vedere”. Il protagonista del romanzo è appunto un antieroe dalla coscienza ipertrofica: ipersensibile, nevrotico, senza certezze, inconcludente. Paradossalmente, è proprio l’intellettualismo, l’attitudine a un incessante osservarsi, analizzarsi e porsi in discussione a bloccare quel rapporto immediato – forse anche istintivo – con la realtà che consente l’azione. Scrive a questo proposito Dostoevskij che “un uomo intelligente nel diciannovesimo secolo, deve, anzi è moralmente obbligata a diventare un essere essenzialmente privo di carattere; un uomo che abbia del carattere è una persona attiva, e cioè una persona essenzialmente limitata”. L’opera è notevole anche perché vi sono anticipati procedimenti tipici del romanzo novecentesco, ad esempio la confessione in prima persona del protagonista.

I
Sono un uomo malato… sono un uomo cattivo. Un uomo che non ha nulla di attraente. Credo di essere malato di fegato. Del resto di questa mia malattia non ne capisco niente, e in verità non so nemmeno io di che cosa soffra. Non mi curo, e non mi sono mai curato, sebbene nutra il massimo rispetto per la medicina e per i dottori. Per giunta, sono anche estremamente superstizioso; o per lo meno lo sono abbastanza da rispettare la medicina. (Sono abbastanza colto da non essere superstizioso, eppure lo sono ugualmente). No, io non voglio curarmi per cattiveria. Questo probabilmente voi non lo capirete, ma io invece lo capisco. Naturalmente non sarei mai capace di spiegarvi a chi esattamente voglio far dispetto in questo caso con le mie ripicche; so benissimo che non sono assolutamente in grado di nuocere nemmeno ai dottori per il fatto che non vado a farmi curare da loro; anzi, so meglio di chicchessia che con ciò faccio del male unicamente a me stesso e a nessun altro. Ciononostante, se non mi curo lo faccio proprio per cattiveria: il fegato mi duole, ebbene che mi faccia ancora più male! […]
Non soltanto non sono stato capace di diventare cattivo, ma non sono riuscito a diventare niente di niente: né cattivo né buono, né un mascalzone né una persona perbene, né un eroe, né un insetto. Adesso tiro a campare nel mio angoletto, rodendomi e cercando consolazione nell’idea maligna e perfettamente inutile che una persona intelligente non può mai diventare sul serio qualcosa, e che soltanto gli sciocchi ci riescono. Sì, una persona intelligente, nel diciannovesimo secolo, deve, anzi è moralmente obbligata a diventare un essere essenzialmente privo di carattere; un uomo che abbia del carattere è una persona attiva, e cioè una persona essenzialmente limitata. Tale è la mia convinzione di quarantenne. Adesso io ho quarant’anni, e quarant’anni sono già tutta una vita; anzi, è già vecchiaia avanzata! Vivere più di quarant’anni è sconveniente, volgare, immorale! E chi è che vive più di quarant’anni? Rispondetemi francamente, onestamente. Ebbene ve lo dirò io chi vive più di quarant’anni: gli sciocchi e i buoni a nulla. E se volete lo ripeterò in faccia a tutti i vecchi, a tutti questi rispettabili vecchi, profumati e dai capelli d’argento! Lo ripeterò in faccia a tutto il mondo! E io ho il diritto di dirlo, perché arriverò a camparne sessanta. Anzi, camperò fino a settanta! fino a ottanta, magari!… Aspettate un momento, datemi il tempo di tirare il fiato…
Certo, signori miei, voi penserete che io voglia farvi ridere. Ebbene, anche qui vi sbagliate. Io non sono affatto un tipo allegro come a voi sembra, o come vi può sembrare; del resto se voi, scocciati da queste mie chicchere a vuoto (già lo sento che siete scocciati) mi chiedeste tutt’a un tratto: “ma lei, insomma, chi è?” ebbene, io vi risponderei: sono un assessore di collegio [Grado inferiore nella gerarchia civile del tempo (n.d.r.).]. Ho fatto l’impiegato per guadagnarmi un pezzo di pane (ma unicamente per questo), e quando l’anno scorso un mio lontano parente mi ha lasciato seimila rubli per testamento, ho dato subito le dimissioni e mi sono ritirato nel mio cantuccio, ma ora mi ci sono addirittura sprofondato. Ho una camera pessima, miserabile, situata all’estrema periferia della città. La mia donna di servizio è una vecchia contadina resa malvagia dalla stupidità e per giunta emana costantemente un odore disgustoso. Mi dicono che il clima di Pietroburgo mi è nocivo e che con le mie miserabili risorse vivere in questa città è per me un lusso. Io questo lo so benissimo, lo so molto meglio di questi esperti, saggissimi e sentenziosi consiglieri. Eppure rimango lo stesso a Pietroburgo, da Pietroburgo non mi muovo! E non me ne vado perché… Ma tanto è perfettamente lo stesso che me ne vada o no.
Del resto, di che cosa può parlare col massimo piacere una persona come si deve?
Risposta: di se stesso.
E così vi parlerò di me stesso.

II
Mi è venuta voglia di raccontarvi, signori miei, vi piaccia o no ascoltarmi, come mai io non sia riuscito a diventare neppure un insetto. Vi assicuro con la massima serietà che molte volte ho desiderato di diventare un insetto. Ma non ho ottenuto neppure questo onore. Vi assicuro, signori miei, che avere una coscienza troppo lucida è una malattia, una vera malattia nel pieno senso della parola. Per i bisogni correnti dell’uomo sarebbe più che sufficiente una comune coscienza umana, e cioè la metà o un quarto di quella porzione di coscienza che tocca in sorte a una persona coltivata del nostro infelice diciannovesimo secolo, che abbia per giunta la sventura di vivere a Pietroburgo, la città più astratta e premeditata di tutta la sfera terrestre. (Le città infatti si dividono in premeditate e non premeditate.) Sarebbe più che sufficiente, per esempio avere tanta coscienza quanto basta alle cosiddette persone immediate e spontanee e agli uomini d’azione. Sono pronto a scommettere che voi pensate che io scriva tutto questo per spavalderia, per fare dello spirito alle spalle degli uomini d’azione, e che faccia un po’ di baccano con la sciaboletta, come quel tale ufficiale, per una bravata di dubbio gusto. Ma signori miei, a chi può venire in mente di vantarsi delle proprie malattie, o addirittura pavoneggiarsene?
Ma del resto che vado dicendo? Tutti lo fanno, si pavoneggiano delle proprie malattie, e io forse più di tutti quanti. Non stiamo a discutere, la mia obiezione è assurda. Comunque, io sono fermamente convinto che non soltanto una coscienza troppo lucida, ma addirittura ogni forma di coscienza è una malattia. Insisto su questo punto. Ma lasciamo stare quest’argomento per adesso. Ecco, spiegatemi questo, per esempio: come mai mi capitava che, come a farlo apposta, proprio in quegli stessi istanti in qui mi sentivo maggiormente disposto ad afferrare ogni sfumatura “di tutto ciò ch’è bello e sublime”, come si diceva un tempo da noi, ebbene proprio allora mi capitava di smarrire ogni coscienza e di commettere delle azioni così sconvenienti come… beh, insomma, come può capitare a chiunque di commettere, ma a me, neanche a farlo apposta venivano in mente proprio nel momento in cui mi rendevo maggiormente conto che non bisognava commetterle? Quanto più forte era in me la coscienza del bene e di tutto ciò ch’è “bello e sublime,” con tanto più entusiasmo mi lasciavo sprofondare nel mio fango fino a impantanarmici completamente.

(Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, 1864, parte prima)

L’ESTETA

D’Annunzio – Il ritratto dell’esteta.

Il conte Andrea Sperelli-Fieschi d’Ugenta, unico erede, proseguiva la tradizion familiare. Egli era, in verità, l’ideal tipo del giovine signore italiano del XIX secolo, il legittimo campione d’una stirpe di gentiluomini e di artisti eleganti, ultimo discendente d’una razza intellettuale.
Egli era, per così dire, tutto impregnato di arte. La sua adolescenza, nutrita di studii varii e profondi, parve prodigiosa. Egli alternò, fino a vent’anni, le lunghe letture coi lunghi viaggi in compagnia del padre e poté compiere la sua straordinaria educazione estetica sotto la cura paterna, senza restrizioni e costrizioni di pedagoghi. Dal padre appunto ebbe il gusto delle cose d’arte, il culto passionato della bellezza, il paradossale disprezzo de’ pregiudizii, l’avidità del piacere.
Questo padre, cresciuto in mezzo agli estremi splendori della corte borbonica, sapeva largamente vivere; aveva una scienza profonda della vita voluttuaria e insieme una certa inclinazione byroniana al romanticismo fantastico. Lo stesso suo matrimonio era avvenuto in circostanze quasi tragiche, dopo una furiosa passione. Quindi egli aveva turbata e travagliata in tutti i modi la pace coniugale. Finalmente s’era diviso dalla moglie ed aveva sempre tenuto seco il figliuolo, viaggiando con lui per tutta l’Europa.
L’educazione d’Andrea era dunque, per così dire, viva, cioè fatta non tanto su i libri quanto in conspetto delle realità umane. Lo spirito di lui non era soltanto corrotto dall’alta cultura ma anche dall’esperimento; e in lui la curiosità diveniva più acuta come più si allargava la conoscenza. Fin dal principio egli fu prodigo di sé; poiché la grande forza sensitiva, ond’egli era dotato, non si stancava mai di fornire tesori alle sue prodigalità. Ma l’espansion di quella sua forza era la distruzione in lui di un’altra forza, della forza morale che il padre stesso non aveva ritegno a deprimere. Ed egli non si accorgeva che la sua vita era la riduzion progressiva delle sue facoltà, delle sue speranze, del suo piacere, quasi una progressiva rinunzia; e che il circolo gli si restringeva sempre più d’intorno, inesorabilmente sebben con lentezza.
Il padre gli aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: “Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.

 

IL SUPERUOMO

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra

Quando Zarathustra giunse alla vicina città al margine della foresta, trovò gran popolo raccolto sul mercato: poiché era corsa voce che vi si sarebbe veduto un funambolo. E Zarathustra cosi parlo al popolo:
Io vi annunzio il superuomo. L’uomo va superato. Che avete fatto voi per superarlo?
Tutti gli esseri crearono finora qualche cosa che sorpassa loro stessi: e voi volete essere il riflusso di questa grande marea, e tornare piuttosto al bruto che superare l’uomo?
Che cosa è la scimmia per l’uomo? Una derisione o una dolorosa vergogna. E questo appunto dev’essere l’uomo per il superuomo: una derisione o una dolorosa vergogna.
Voi avete percorso la strada che porta dal verme all’uomo, ma molto c’è ancora in voi del verme.
Una volta eravate scimmie, e ancor adesso l’uomo è più scimmia di tutte le scimmie.
Ma anche il più saggio, fra di voi, non è che un essere in conflitto, un ibrido di pianta e di fantasma.
Ma forse che vi dico di divenir piante o fantasmi?
Ecco, io vi insegno il superuomo!
Il superuomo è il senso della terra. Dica la vostra volontà: il superuomo sia, il senso della terra!
Vi scongiuro, fratelli miei, restate fedeli alla terra, e non credete a coloro che vi parlano di speranze soprannaturali. Sono avvelenatori; lo sappiano o no.
Sono spregiatori della vita, moribondi, avvelenati essi stessi; la terra ne è stanca: se ne vadano dunque!

 

 

 

 

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